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interview #6 FRANCESCO LIPARI

L’IO DELLA CITTA’

Intervista a Francesco Lipari, architetto

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1 – Quale percorso vi ha portato a pensare alla vostra idea personale di città del futuro?

E’ stato un percorso molto naturale.
Il nostro studio d’architettura OFL Architecture, coordinato insieme a Vanessa Todaro, si è fatto promotore di un’iniziativa importante in questi anni che porta il nome di Cityvision.
Oltre ad immaginare differenti possibilità abitative studiando ed investigando città dal sapore antico ma con una loro vocazione al futuro, Cityvision si è posta l’obiettivo primario di migliorare la quotidianità dei cittadini partendo dallo studio della città di Roma nella quale abbiamo scelto di svolgere la nostra professione di architetti.

Se vivi a Roma non puoi restare indifferente al degrado e alla disperazione in cui versano cittadini ed abitazioni da diversi anni a questa parte.

Oltre all’infelicità dei loro abitanti che spesso utilizzano le strade per sfogare le proprie frustrazioni quotidiane, sembra quasi di sentire le voci strazianti di edifici trascurati o menomati da scarsa lungimiranza tecnico-creativa.

Scopo di Cityvision è allora quello di compensare questi squilibri attraverso la diffusione di nuovi stimoli architettonici legati alla diffusione di una nuova cultura contemporanea, grazie alla bellezza grafica di un magazine cartaceo (free press per arrivare anche a chi non è architetto) e l’organizzazione di concorsi ed eventi internazionali che hanno coinvolto migliaia di architetti entusiasti da tutto il mondo e personaggi del calibro di Ai Weiwei solo per citare il nostro ultimo presidente di giuria.

La città oggi dovrebbe essere la nostra prima preoccupazione quando ci svegliamo.

Il mondo corre ad una velocità che non sappiamo controllare, è evidente.
Per questo ognuno di noi dovrebbe vivere la propria quotidianità seguendo due istinti:
uno reale e uno utopico.

In particolare l’utopia che non è, come facilmente si crede, pura fantasia.
L’utopia sono i nostri sogni, i nostri limiti, le nostre ambizioni, quel posto intimo in cui tutti noi vorremmo vivere per sfuggire alla dura quotidianità.

Ma allo stesso tempo l’utopia è qualcosa di reale; non è altro che l’esasperazione di un’idea concreta, un’ampia radura di creatività all’interno della quale andare alla ricerca e trovare la matrice del nostro progetto, del nostro sogno da realizzare.
E’ come guardare il meraviglioso quadro di Bruegel “Salita al Calvario”, con un primo colpo d’occhio scandagliarne ogni singola veste rossa dei soldati e l’apparente tranquillità delle sue colline per poi essere morbosamente attratti da un piccolo mulino che sembra non aver nulla a che vedere con tutto il resto e che invece è il baricentro artistico di tutto il quadro e quindi l’idea che cercavamo e che con difficoltà avremmo potuto individuare senza tutto il resto.

Dietro i progetti e i disegni delle avanguardie post moderniste, Superstudio e Archigram ad esempio, così come dietro l’intero progetto Cityvision c’è la denuncia di una condizione, soprattutto professionale, che vogliamo a tutti i costi migliorare.

2 – Dallo scorso dicembre, allo spazio Livreri e alla Farm Cultural Park di Favara (AG) avete esposto e presentato “La Città Emozionale”, il risultato del vostro straordinario percorso. Cos’è la Città Emozionale?

È un sogno. È una città fatta di cittadini che partecipano alla cosa pubblica e che soprattutto sono felici, si emozionano.
La città emozionale non è una nuova città ma una “sovracittà”, un congegno da applicare alla città consolidata che convive con tutti i suoi difetti, ma che è pronta a cambiare e farsi accompagnare in un processo rigenerativo.
Siccome non può farlo da sola, allora si affida a meccanismi (progetti) immersivi artificiali e naturali che, attraverso il loro messaggio immediato e naturale, costruito attraverso una partecipazione multidisciplinare nella quale musica, agricoltura, sociologia, matematica, psicologia, biologia e tecnologie social regalano al cittadino una nuova visione e quindi fiducia.

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La Città Emozionale è dunque un progetto sull’architettura delle emozioni.
Scopo della sua ricerca è quello di realizzare architetture ancestrali e universali capaci di generare emozioni nelle persone e (ri)generare condizioni sociali e spaziali prive della capacità di creare relazioni positive (ho di recente letto “L’architettura della città” di Aldo Rossi ed ho ritrovato molte assonanze nella sua idea idea di città e archetipi).

Per applicare concretamente la tesi de La Città Emozionale occorre dapprima effettuare una mappatura emozionale della città esistente allo scopo di identificare uno schema emozionale ricorrente grazie alla ricostruzione dei principali meccanismi comportamentali dell’uomo, frutto della raccolta di emozioni intime (positive o negative) che i luoghi visitati e le discipline investigate ci trasmetteranno, grazie anche alla partecipazione di professionisti e cittadini. Questi ultimi esprimeranno l’autentica sostenibilità del progetto, in quanto preziose “micro-infrastrutture”, capaci di interagire con la città e il progetto stesso, condividendo esperienze e informazioni fondamentali.

Verranno così individuate quelle aree da rinnovare attraverso la giusta architettura emozionale che diventerà così uno strumento partecipativo di rigenerazione urbana dal grande carattere terapeutico.

La Città Emozionale fonda le sue basi teoriche sugli studi condotti da OFL in sinergia con Cityvision e su precedenti esperienze architettoniche di successo come Sainthorto e Wunderbugs che ne sono le sue prime architetture emozionali.
Esse sono rispettivamente un giardino interattivo e un auditorium per insetti ed esseri umani, entrambe architetture pluripremiate con l’Architizer Award per il carattere innovativo della sua interdisciplinarità e della sua esperienza collaborativa e protagoniste delle prime due edizioni della Maker Faire Europe a Roma.
In entrambe le architetture vengono messe in relazione capacità ed esperienza dal passato con sistemi informatizzati e modalità architettoniche di oggi, sensibilizzando il cittadino verso il mondo di insetti e piante, insieme ad aspetti sociali, ecologici ed etici.
Sia Sainthorto che Wundebugs sono come delle isole esperienziali che attivano i sensi per il benessere di persone, piante ed insetti. Spazi verdi dove incontrarsi e ritrovare se stessi che inviano messaggi sui social, si raccontano su internet e si innaffiano con un tweet.

In un futuro immagino una città che all’inizio si doterà di tanti Sainthorto e Wunderbugs che, una volta aver guarito l’area che ne ha bisogno, verranno rimossi a vantaggio di nuove aree da rigenerare.

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3 – Mi sembra di capire che i vostri “superoggetti” non si limitano a esporre specie viventi , ma migliorano la percezione di esse?

Un contesto globale come quello odierno, così irrisolto, determina uno straniamento corporale e sociale dell’uomo, unito ad un aumento dell’infelicità comune e ad una necessità di contatto umano non più rimandabile: l’automazione farà crescere la richiesta di intelligenza emotiva e sensibilità umana.
Per questo avvicinarsi ed essere sempre più sensibili verso il mondo delle piante e soprattutto degli insetti (che rappresentano il 75 per cento degli esseri viventi e che potrebbe addirittura essere il cibo del futuro) è una cosa che non possiamo più permetterci di ignorare e per questo dovremmo integrarli sempre di più nei nostri progetti per sottolinearne appunto la loro importanza per la sussistenza di noi essere umani (o animali) su questa terra che vogliamo a tutti i costi consumare.

4 – Non bastava allora tornare alla natura, staccare la rete elettrica, vivere come nel passato?

Ovviamente no. Il cambiamento va ricercato in una corretta progressione del futuro come mediazione fra umanità e tecnologia. Di questo argomento ci siamo occupati molto negli ultimi due anni e in particolare nei concorsi sul futuro di New York e Beijing.
Il primo aveva lo scopo di individuare un’immagine diversa della Grande Mela attraverso un rapporto fra tempo e spazio.
Mentre in Beijing abbiamo affrontato il tema dell’evoluzione dell’uomo come priorità all’evoluzione tecnologica. Il tutto con un taglio altamente architettonico.
La natura è il punto di partenza di ognuno di noi, il primo punto di riferimento estetico che si insinua in maniera naturale nella nostra mente e che ci permette di iniziare un percorso di riconoscibilità che ci porterà ad identificare la Bellezza e in noi architetti a concepire edifici che abbiano la giusta sensibilità nell’impiego di materiali, forme, memoria e tecnologia.

5 – Come continuerà questo percorso?

E’ questa solo la fase iniziale del progetto. Vogliamo ideare altre architetture emozionali e allo stesso tempo aprire il progetto a chiunque abbia voglia di condividere questa esperienza.

6 – Ma alla fine, verrà realizzata questa Città Emozionale, intendo, in pianta stabile? Sarebbe bello viverci!

Magari! In realtà una città emozionale esiste già ed è dentro ognuno di noi.
Basta essere attivi e attivisti della propria città e non considerarla solo come qualcosa da utilizzare e maltrattare senza dare nulla in cambio.

La Città Emozionale non è una vera e propria città. Come detto la definisco più che altro un semplice plug-in da applicare ad una condizione esistente di disagio urbanistico e sociale.
Non abbiamo bisogno di creare nuove città, ne tanto meno di creare delle comunità del tutto distaccate in stile hippy. Non dobbiamo isolarci all’interno di un recinto dal quale poi inevitabilmente guarderemmo tutti dall’alto perché la quotidianità della vita è un’altra cosa.

Mi rendo conto che potrebbero sembrare solo belle parole ma oggi esistono molte possibilità che la tecnologia ci offre legate allo sviluppo di progetti partecipativi di e-goverment, ed è in questo settore che soprattutto noi architetti dovremmo fare la differenza, concependo molti più progetti partecipativi che includano la sinergia con altre discipline.
Questo anche per una ormai necessaria ibridazione del nostro mestiere che da solo non basta visto che in Italia può svolgersi soltanto ritagliandoti una nicchia professionale con tanta fatica oppure avendo le mani in pasta con la politica con tanta facilità.

7 – La Città Emozionale sarà quindi piena di questi “superoggetti”.
Ma le case degli esseri umani?

Le case, internamente, devono continuare ad essere costruite allo stesso modo in cui vengono concepite da migliaia di anni. Non riesco ad immaginare di dover dormire in un’altra posizione o di dovermi ricaricare all’interno di un sarcofago posto in verticale come in Io Robot….
Dovrebbe probabilmente esserci uno studio più attento, da parte di chi le case le progetta, alle abitudini di chi le andrà a vivere per non ripetere gli errori post modernisti di pensare che tante case messe insieme fanno comunione ed aumentano l’empatia.
L’umano è per sua natura individualista e difficilmente accetta delle scelte super imposte. Questo non vuol dire che le amministrazioni locali non debbano prendere scelte impopolari. Un’architettura non finisce mai con la fase di cantiere e perdura oltre gli anni e i secoli subendo cambiamenti ed adeguamenti sulla base di nuove abitudini e stili di vita dei suoi abitanti.

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8 – Le case di oggi sono costruite da grandi imprese che possono concentrare i capitali necessari. Avete pensato a questo aspetto? A volte penso che la città non sia di chi davvero la abita. Secondo voi di chi è la città?

Mi viene in mente JOCU un progetto animato con uno stile da bambino che abbiamo realizzato in occasione della nostra prima personale in Sicilia e che si ispirava inconsciamente ad un disegno che feci all’età di sei anni dal titolo “La città Felice”.
Probabilmente il mio disegno è quel mulino del quadro di Bruegel che mi ha portato a concepire l’idea della Città Emozionale.
L’animazione di Jocu era la denuncia di un vero e proprio stupro nei riguardi delle nostre città da parte di “palazzinari” schiavi delle loro ambizioni di conquista del territorio e senza alcuna vocazione e sensibilità nei riguardi della natura che spesso vanno a deturpare.

Lo script del film recitava:

“Esiste una città dove le persone vivono tra natura rigogliosa e un’architettura contemporanea che li rende felici.
All’orizzonte incombe la città oscura: grigia e triste. E’ la città infelice, gente avvezza ad un’architettura di vecchio stampo e restia ad ogni cambiamento; schiavizzata dalla mediocrità di coloro che insistono in un conservatorismo sfrenato e che giorno dopo giorno ne rallentano il suo naturale divenire. L’unico scopo del loro capo, “Mister C”, è quello di distruggere la città felice.
Dopo bombardamenti e fucilazioni, la città contemporanea (felice) è ormai ridotta ad un cumulo di macerie e i suoi abitanti fatti a pezzi. I sopravvissuti però non si perdono d’animo e decidono di ricostruire gli “OFL buildings” e i suoi abitanti.
Decidono infine di vendicarsi, rendendo felici i loro carnefici.”
 
Per comprendere a pieno il senso del film bisogna vederlo, questo è il link
www.bit.ly/jocu_ita

I disegni del film, a cura di Emanuele Capponi, sono stati la nostra prima esperienza di animazione emozionale.

Una città felice veniva rasa al suolo da un gruppo di strenui conservatori (i palazzinari), incapaci di vedere la bellezza dietro un’idea non convenzionale o un processo progettuale innovativo che gli avrebbe magari portato meno soldi in saccoccia ma avrebbe permesso alla città di respirare una boccata di nuovo ossigeno architettonico attraverso il quale vivere meglio dentro e fuori.

JOCU è sostanzialmente la nostra amara quotidianità, un classico gioco delle parti in cui i potenti sono pronti a picchiare, mordere e fare a pezzi chiunque si opponga alle loro vecchie idee, disposti a veder bruciare la propria città pur di non consegnarla a chi vorrebbe renderla migliore.

 

Sebastian Di Guardo


 

THE I OF CITY

Interview to Francesco Lipari, architect

 

1 – What was the path which led you to think about your personal idea of city of the future?

It was a very natural path.
Our architectural firm, OFL Architecture, coordinated with Vanessa Todaro, has promoted an important initiative in recent years called Cityvision.
In addition to imagine different housing opportunities, studying and investigating cities from the ancient taste, but with a vocation to the future, Cityvision aims primarily to improve the daily lives of people starting from the study of the city of Rome, where we chose to practice as an architect.

If you live in Rome, you cannot remain indifferent to the degradation and desperation of people and buildings for several years now.

In addition to unhappiness of their inhabitants who often use roads to vent their daily frustrations, it seems to hear the buildings’ harrowing voices, neglected or damaged by poor technical-creative vision.

Purpose of Cityvision then is to offset these imbalances spreading new architectural ideas related to the spread of a new contemporary culture, thanks to the graphical beauty of a paper magazine (free press to get to those who is not an architect) and the organization of international competitions and events which have involved thousands of enthusiastic architects from all over the world and personalities like Ai Weiwei just to mention our last president of the jury.

The city today should be our first concern when we wake up.

The world runs at such a speed that we evidently cannot control.

This is why everyone should live their daily lives according to two instincts: a real one and an Utopian one.

In particular, the Utopia which isn’t,  as we easily suppose, pure fantasy.

Utopia is our dreams, our limitations, our ambitions, that intimate place where we all want to live to escape the harsh everyday life.

But at the same time Utopia is something real; it is nothing more than the exasperation of a concrete idea, a large clearing of creativity in which to go to research and find the matrix of our project, our dream to be realized.

It’s like watching the Bruegel’s beautiful picture “The Procession to Calvary”, at first sight fathoming each soldiers’ red robe and the apparent tranquility of the hills and then being morbidly attracted by a small mill which seems to have nothing to do with everything else. That instead is the artistic center of gravity of the whole picture and therefore the idea we were looking for, that we would have hardly find without the rest.

Behind the projects and designs of the post modernist avant-garde, Superstudio and Archigram, for example, as well as behind the whole Cityvision project there is the notification of a condition, especially professional, that we want at all costs to improve.

2 – Since last December, at Livreri space and at Cultural Park Farm in Favara (Agrigento – Sicily) you have exposed and presented “The Emotional City”, the result of your extraordinary path. What is the Emotional City?

A dream. It’s a city made up of people who participate in public affairs who above all are happy, excited.

The emotional city is not a new city but an “upper-city”, a device to be applied to the consolidated city which lives together with all its faults, but ready to change in a regenerative process.

Since it can’t do it alone, then relies on artificial and natural immersive mechanisms (projects) which give the people a new vision and therefore confidence by their instant and natural message, built through a multidisciplinary participation such as music, agriculture, sociology, mathematics, psychology, biology, and social technologies.

The Emotional City is therefore a project about the architecture of emotions.

The aim of his research is to achieve universal and ancestral architectures capable of generating emotions in people and (re)generate social and spatial conditions without the capability to create positive relationships (I recently read “The Architecture of the City” by Aldo Rossi and I found many similarities in his idea of city and archetypes).

Actually, to implement the thesis of The Emotional City first we must make an emotional mapping of the existing city to identify a recurrent emotional pattern thanks to the reconstruction of the main human behavioral mechanisms, the result of intimate emotions collection (positive or negative) that visited places and investigated disciplines will transmit to us, even thanks to professionals and people’s participation. The people will express the authentic sustainability of the project, since precious “micro-infrastructure”, able to interact with the city and the project itself, sharing experiences and vital information.

The areas to be renewed will be identified through the right emotional architecture that will become an urban regeneration participatory tool with a great therapeutic character.

The Emotional City theoretically bases on studies conducted by OFL in synergy with Cityvision and on previous successful architectural experiences such as Sainthorto and Wunderbugs which are its first emotional architectures.

They are, respectively, an interactive garden and an auditorium for insects and human beings, both award-winning architectures with Architizer Award for the innovative nature of its interdisciplinary and its collaborative experience and protagonist of the first two editions of the Maker Faire Europe in Rome.

In both architectures, skills and experience from the past relate with computer systems and today’s architectural modalities, sensitizing people to the insects and plants world, along with social, ecological and ethical aspects.

Both Sainthorto and Wundebugs are like experiential islands which activate senses for insects, plants and people’s well-being. Green spaces where they can meet and find themselves which send messages to social networks and tell about themselves on the Internet with a tweet.

In future I imagine a city that at first will set up many Sainthorto and Wunderbugs and that, once it had healed the area which needs to be healed, these will be removed in favor of new areas to regenerate.

3 – I think to understand your “super-objects” do not just expose living species, but improve the perception of them?

A global context such as nowadays, so unresolved, causes a physical and social alienation of humans, combined with an increase of common unhappiness and a need for human contact you can’t postpone anymore : the automation will increase the demand for emotional intelligence and human sensitivity.

That’s  why approaching and being more sensitive to the world of plants and especially of insects (which represent 75 percent of the living beings and that may even be the food of the future) is something that we can no longer afford to ignore. That’s why we should integrate them more and more in our projects to underline precisely their importance for our (human beings or animals) subsistence on this planet we want at all costs to consume.

4 – Wasn’t it enough to get back to the nature than, to unplug power, living like in the past?

Obviously not. The change has to be sought in a proper progression of the future as mediation between humanity and technology. In the last two years we have been dealing  a lot with this subject, particularly for New York and Beijing competition for the future.

The first one aimed to identify a different conception of the Big Apple through a relationship between time and space.

Whereas in Beijing we have addressed the issue of the human evolution as a priority to technological evolution. All with a highly architectural slant.

Nature is the starting point of each one of us, the first aesthetic reference point that creeps naturally into our mind and that allows us to begin a process of recognition that will lead us to identify the Beauty and in us architects to design buildings that have the right sensitivity in the use of materials, shapes, memory and technology.

5 – How will this path continue?

This is only the initial step of the project. We want to design other emotional architectures and in the same time open the project to anyone who wants to share this experience.

6 – But eventually, will this Emotional City be realized,  I mean, permanently? It would be nice to live there!

Maybe! Actually an emotional city already exists and it is inside each of us.

It’s enough being active and activists from his own town and considering it not only as something to use and mistreat without giving anything in return.

The Emotional City is not a real city. As said before I call it a simple plug-in to apply to an existing condition of urban and social disadvantage.

We don’t need to create new cities, nor to create completely detached hippie style communities. We must not isolate ourselves within an enclosure from which then inevitably we would watch everybody from above because everyday life is something else.

I realize they might seem just beautiful words, but today there are many possibilities that technology offers to us related to e-government participatory projects making and it is right in this area that above all we architects should make a difference, conceiving many more participatory projects that include synergy with other disciplines.

This is also now necessary for a hybridization of our business that is not enough because in Italy it can take place only by conquering a professional  space with so much effort or having your hands dirty with politics so easily.

7 – The Emotional City will be therefore full of these “super-objects”. But what about humans’ houses?

The houses, inside, should continue to be built in the same way they are designed for thousands of years. I cannot imagine having to sleep in a different position or having to recharge myself inside a sarcophagus placed vertically as in “I Robot”…

There should be probably a more proper study, by those who design homes, about the habits of those who will live in them, not to repeat the post-modernist mistakes thinking that so many houses put together make communion and increase empathy.

The human being is by nature individualistic and will hardly accept orders. I don’t mean local governments don’t have to take unpopular decisions. Architecture never ends with the construction phase and continues over the years and centuries undergoing changes and adjustments based on new habits and lifestyles of its inhabitants.

8 – Today houses are built by big Companies that can focus the necessary capital. Have you thought about this? Sometimes I think city is not for those who really live there. In your opinion who is the city?

I  think of JOCU a child style animation project we made ​​during our first solo show in Sicily which was inspired unconsciously to a drawing I did when I was six entitled “Happy city”.

Probably my design is the mill of Bruegel painting that led me to conceive the idea of the Emotional City.

The animation of JOCU was the complaint of an actual rape in regards of our cities by “building speculators”, slaves of their ambition of conquerors of territory and without any vocation and sensitivity towards nature that often go to disfigure.

The film script says:

“There is a city where people live between lush nature and contemporary architecture that makes them happy.

The dark city looms on the horizon: gray and sad. It’s the unhappy city, people accustomed to an old architecture and reluctant to any change ; enslaved by the mediocrity of those who insist on an unbridled conservatism and who day by day slow down its natural evolution. The only purpose of their leader, “Mr. C”, is to destroy the happy city.

After bombings and shootings, the contemporary city (happy) is now reduced to a pile of rubble and its people torn apart. The survivors, however, do not despond and decide to rebuild the “OFL buildings” and its inhabitants.

Finally they decide to take revenge, making happy their executioners”.

To fully understand the meaning of the film you need to watch it, this is the link:

www.bit.ly/jocu_ita

The designs of the film, edited by Emanuele Capponi, have been our first experience of emotional animation.

A happy city was razed to the ground by a group of strenuous conservators (the building speculators), unable to see the beauty behind an unconventional idea or innovative design process that would have taken perhaps less money in their pocket, but would have allowed the city to breathe fresh architectural oxygen living better inside and outside thanks to it.

JOCU is basically our bitter daily life, a classic party game in which the powerful is ready to hit, bite and tear apart anyone opposed to their old ideas, willing to see their city burn rather than hand it over to those who would make it better.

Sebastian Di Guardo

Translations by Luigi Cavallo

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